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Smetti di immaginare l’Apocalisse, inizia ad immaginare la Rivoluzione! (riflessione sulla minaccia pandemica e sui cambiamenti climatici)

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credits: anonimo

Sta girando online da tempo un meme che recita così: “Stop imaging the Apocalypse, start imaging the Revolution!”. E trovo che sia un bellissima esortazione che mi sento di condividere affinché si affronti in modo costruttivo ed intelligente l’emergenza corrente causata dalla pandemia. Ogni crisi sistemica dovrebbe essere presa come occasione per riflettere, meditare e immaginare un cambiamento per noi stessi e per gli altri. E’ con tale spirito che mi accingo a scrivere tale articolo che vuole riassumere il mio punto di vista sulla difficile situazione in corso.

Si dice che la pandemia in corso sia un “cigno nero” quindi un evento anomalo ed estremo totalmente inaspettato: eppure proprio l’autore del libro “The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable” (2007) ci dice che in realtà ci troviamo davanti a un “cigno bianco” quindi si tratterebbe di un fenomeno previsto ed inevitabile, il risultato della struttura del mondo moderno; e le sue conseguenze sarebbero aggravate a causa della globalizzazione economica.

La crisi pandemica rivela quanto fragile, frammentata e scarsamente resiliente sia la società moderna. I cambiamenti globali e strutturali stanno plasmando il mondo e, se non agiamo ora, altre tendenze in aumento scateneranno divisioni e disastri più grandi nella società. Non importa se sei un sostenitore della crisi climatica o un negazionista, il fatto è che dal 1975 la temperatura media della Terra è aumentata di 1 grado Celsius (0,5 gradi dal 2000, sulla base di uno studio della NASA ) e la previsione della tendenza è che latemperatura media continuerà a salire. All’inizio di febbraio 2020, in Antartide è stata misurata una temperatura record di 18,5 ° C (o 65,3 F) . Con l’aumento delle temperature della Terra e dei nostri oceani, i ghiacciai di tutto il mondo si stanno rapidamente restringendo. Questo può potenzialmente rilasciare microbi e virus che sono stati intrappolati e conservati per decine o centinaia di migliaia di anni.

Per quanto la Cina abbia enormi responsabilità nell’aver mancato di prevenire tale minaccia esistenziale contro l’umanità dobbiamo tenere a mente che nel prossimo futuro, come prevedono gli scienziati, ci troveremo a fronteggiare in modo ricorrente e ciclico una serie di minacce pandemiche che caratterizzeranno la nostra epoca, insieme alle già note problematiche quali ondate di calore estremo, incendi colossali, acidificazione degli oceani, perdita di aree costiere e della biodiversità, carestie alimentari diffuse e tutti quegli effetti collaterali derivanti dai cambiamenti climatici.

Nel prossimo futuro ci troveremo a fronteggiare in modo ricorrente e ciclico una serie di minacce pandemiche che caratterizzeranno la nostra epoca

Infatti, come dicono esperti, scienziati e le Nazioni Unite, il pericolo di pandemie globali è legato a doppio filo ai cambianti climatici: deforestazione, allevamenti intensivi, urbanizzazione caotica sono tra i fattori che stanno accrescendo la circolazione di agenti patogeni e i pericoli di malattie infettive.

Siamo adesso troppo attenti all’ emergenza contingente e meno agli effetti collaterali a lungo termine che sono poi quelli che contano e pagheremo in termini sistemici e globali provocando molte più vittime umane ed animali nonché disastri naturali ed umani su larga scala.

Ma tutto ciò non deve farci ammalare di catastrofismo o pessimismo cosmico bensì ci deve spronare a promuovere una rivoluzione progettuale, assumendo un approccio progressista ed ecomodernista, che rappresenti un terzo polo alternativo sia ai cantori ecodecrescisti o sovranisti-nazionalisti, i quali ci vorrebbero in una perenne stagnazione economica e vorrebbero imporci un modello di “società chiusa” in se stessa, sia ai propugnatori del liberismo deregolamentato che non vogliono altro che una forma spietata di selezione sociale dei più ricchi contro i più poveri e deboli.

Si rende quindi necessario un ampliamento della nostra prospettiva e insieme ad essa un approccio progressista ed ecomodernista che rappresenti un terzo polo alternativo sia ai cantori ecodecrescisti o sovranisti-nazionalisti sia ai propugnatori del liberismo deregolamentato

E’ quanto mai allora prioritario impegnarsi su un’agenda verde e radicale di ECO-sviluppo e di un pacchetto globale che tenga conto di misure molteplici prendendo in considerazione sia la mitigazione che l’adattamento ai cambiamenti climatici, nonché distinguendo tra misure a breve e lungo periodo, tra le quali potrei citare:

– Introdurre, drasticamente e rigorosamente, il principio “chi inquina, paga” con una tassazione progressiva delle attività inquinanti per riparare i danni alla salute umana e all’ambiente, e per costringere persone ed aziende a riconsiderare le loro operazioni, catalizzando la domanda e il passaggio a pratiche commerciali e produttive “circolari” e sostenibili (es. agevolando il “lavoro da remoto” invece di far spostare inutilmente persone…), fissando le esternalità negative dell’inquinamento di carbonio e metano. Oltre a disincentivare le emissioni di carbonio e altre sostanze inquinanti, tale tassazione genera anche entrate che i governi possono distribuire ai contribuenti o usarle per finanziare programmi di energia pulita o aiutare coloro che potrebbero perdere il lavoro nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

– Favorire la mobilità elettrica condivisa e quella basata sull’idrogeno, efficientamento energetico degli edifici e delle strutture industriali, inclusione dell’energia atomica nel mix di energie ecosostenibili investendo anche nei reattori nucleari modulari come opzione più sicura e più pulita. Negli ultimi anni si è verificata una sostanziale innovazione nel settore nucleare e i nuovi design dei reattori di quarta generazione offrono potenziali soluzioni ai problemi storici dell’energia nucleare. In effetti, dovremmo ricercare tutte le potenziali soluzioni sul tavolo: tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio, geoingegneria, energia solare orbitale dallo Spazio, etc. – non importa quanto possano sembrare bizzarre – perché quando si tratta di affrontare la crisi climatica, più opzioni sono meglio di poche.

– Per capire origine e diffusione della gran parte di epidemie e pandemie i concetti-chiave che stiamo imparando a conoscere sono “zoonosi” e “spillover”: ciò dovrebbe portare a una maggior consapevolezza ecologica e su quanto sia importante vietare il commercio di animali selvatici, salvaguardare ecosistemi naturali e modificare la nostra dieta su base prevalentemente vegetale. Supportare gli OGM e i prodotti a base vegetale sarà determinante sia per coltivare in modo veramente ecosostenibile sia per compensare il fabbisogno alimentare della popolazione crescente di molti paesi in via di sviluppo, sostenendo anche l’agricoltura idroponica e le fattorie verticali che dimostrino un drastico vantaggio in termini di efficienza, sicurezza e consumo ridotto di suolo.

– Porre un focus speciale sulle città: entro il 2050, la Terra avrà quasi 3 miliardi di persone in più rispetto a noi oggi, e tutta questa crescita della popolazione avverrà nelle città. Se pensavi che la congestione, la qualità dell’aria e il traffico fossero pessimi oggi, non hai ancora visto nulla. I dati ufficiali ci dicono che entro il 2030, ci saranno 43 metropoli con più di 10 milioni di persone, ed entro il 2050, due terzi di noi vivranno in aree urbane. Le metropoli possono giocare un ruolo chiave nell’eco-sviluppo e nella prosperità umana, ecco perché c’è bisogno di un massiccio piano comune sovranazionale per affrontare in modo sistemico e congiunto la gestione e la vivibilità delle aree urbane a beneficio della salute ambientale globale e reinventando il concetto di “smart city”, non in ottica di mero “tecno-soluzionismo” ma guardando ad essa come mega-sistema complesso, ponendo i sistemi ecologici e il design centrato sull’uomo come i principali motori della forma di città.

– Infine, ultimo ma non secondario è dare priorità assoluta all’espansione civile nello spazio: la più grande avventura e opportunità di eco-sviluppo ci aspetta sopra le nostra testa e non dobbiamo fare altro che coglierla. Il sistema solare può fornire una piattaforma materiale praticamente infinita per miliardi e miliardi di persone. Uno studio ha calcolato che il valore di molti asteroidi è misurato in quintilioni di dollari. Trasferire intanto buona parte della produzione, industria e approvvigionamento energetico (solare orbitale dallo spazio, internet satellitare, estrazione materiali da asteroidi, e tutto ciò che gira intorno alla cd. “space-economy”, etc.) significa, come immaginava Isaac Asimov, rendere il nostro pianeta il giardino verso cui l’uomo deve essere saggio demiurgo e guardiano responsabile. Il miglior modo oggi per essere “ecologisti lungimiranti” è supportare allora l’espansione civile nello spazio come azione di lungo periodo efficace e ineludibile per la salvaguardia della biosfera terrestre e l’accelerazione della prosperità umana stessa.

Il miglior modo oggi per essere “ecologisti lungimiranti” è supportare l’espansione civile nello spazio

Sono solo alcuni spunti di riflessione, consapevole che servono ulteriori risposte, scritti sull’onda di un’emergenza sanitaria, ecologica, globale e sistemica. Dobbiamo attrezzarci e prepararci ad un mondo in accelerazione sia di cambiamenti positivi che di quelli negativi, prendendo consapevolezza che noi esseri umani siamo ormai la forza evolutiva piú potente della Terra, nell’epoca eloquentemente chiamata dagli scienziati “antropocene“. E tale consapevolezza può servire per promuovere maggiore saggezza e intelligenza nelle nostre azioni individuali e collettive.

Contrappongo una rivoluzione progettuale globale, pacifica, e costruttiva, a una rivoluzione violenta globale, sanguinosa e distruttiva. La rivoluzione progettuale può essere vinta da tutti. La rivoluzione violenta non può essere vinta da nessuno.

– R. Buckminster Fuller, Manuale operativo per Nave Spaziale Terra (1969)

Il futuro dell’energia è qui – e non è rinnovabile

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Per la rubrica “Antropocene” proponiamo un articolo liberamente tradotto da Medium che presenta vantaggi e questioni di un’opzione energetica poco considerata, ma dall’altissimo potenziale, per contribuire all’interruzione delle emissioni di carbonio.

Da un po’ di tempo “rinnovabile” è diventato sinonimo di “libero dal carbonio”. Ma il solare e l’eolico non sono gli unici mezzi per produrre energia senza emissioni di CO2. Le energie rinnovabili sono importanti e dovrebbero sicuramente far parte del mix energetico di ogni paese. Tuttavia, non dovrebbero essere al centro dell’intero futuro dell’energia condivisa. Le energie rinnovabili sono intermittenti e richiedono un’enorme stoccaggio energetico nonché enormi tratti di terra o responsabilità del consumatore per installazioni sulle proprie proprietà. Fa eccezione l’idroelettrico, che può essere la migliore forma complessiva di energia grazie al suo potere affidabile e privo di carbonio. Eppure anche l’idroelettrico ha i suoi lati negativi, come gli impatti dannosi sugli ecosistemi locali e le limitazioni geografiche. La linea di fondo è che tutti i sistemi energetici dovrebbero avere un ruolo nel mix energetico: eolico, solare, idroelettrico e, nonostante molte discussioni, nucleare.

L’energia nucleare ha risparmiato milioni di tonnellate di CO2 dall’emissione nell’atmosfera per quasi i tre quarti di secolo. Ma ciò ha comportato molti gravi inconvenienti, come i rifiuti radioattivi e il potenziale di fusione del nocciolo o altri incidenti gravi. Chiaramente, questa non è una forma ideale di energia per il futuro, anche se può aiutare a ridurre drasticamente la nostra produzione di carbonio. Aumentare la produzione nucleare significherebbe aumentare la quantità di rifiuti e aumentare le possibilità di ulteriori incidenti simili a Fukushima o Chernobyl. E se ci fosse un modo per sfruttare l’elettricità priva di carbonio creata dalla scissione degli atomi senza sprechi, fusione del nocciolo, costi elevati e torri di raffreddamento dall’aspetto inquietante?

Tale opzione è possibile, sebbene non sia operativa in nessuna parte del mondo. Questo perché finora non si è dimostrata commercialmente praticabile su nessuna scala – il che, combinato con la paura della parola “nucleare” e la convinzione quasi dogmatica che l’unica forma di energia priva di carbonio sia l’energia rinnovabile, ne ha impedito l’implementazione.

Dovremmo davvero esplorare se questa forma di energia può aiutarci con il nostro crescente problema del carbonio atmosferico.

Perché i piccoli reattori modulari sono l’ideale

Dimentica le centrali elettriche deprimenti, costose e contestate dei tipici ritratti dell’energia nucleare. Questi modelli più vecchi e obsoleti non sono la strada da percorrere. Il futuro dell’energia pulita può essere molto più piccolo e meno minaccioso. E potrebbe includere molti piccoli reattori modulari (SMR), in particolare i reattori al fluoruro di torio liquido (LFTR).

Il torio è il numero 90 nella tavola periodica degli elementi, due posti dietro l’uranio. È una sostanza debolmente radioattiva che è molto più abbondante dell’uranio presente in natura – e ci sono numerosi vantaggi nell’usarlo come combustibile rispetto a quest’ultimo. No, non è rinnovabile, ma una pallina da golf di torio potrebbe, in teoria, alimentare una piccola città per decenni. E il fatto che non sia rinnovabile non dovrebbe essere un aspetto negativo. Le energie rinnovabili, ad eccezione dell’idroelettrico, sono intermittenti; gli LFTR fornirebbero energia di base alla rete per il backup di energia solare ed eolica. Diventa ancora più essenziale avere una nuova forma scalabile di energia priva di carbonio se seguiamo il percorso di elettrificare tutto per ridurre l’uso di combustibili fossili. Questo perché le reti elettriche dovranno espandersi triplicando o quadruplicando la loro attuale capacità (o più) per far fronte all’afflusso di pratiche dipendenti dall’elettricità, come gli autoveicoli e la produzione industriale. Gli LFTR sono privi di emissioni di carbonio, quasi privi di rifiuti, affidabili, efficienti e teoricamente sicuri. Sameer Surampalli fa un ottimo lavoro nel descrivere alcuni dei dettagli più tecnici della potenza del torio:

Una disposizione tipica per un moderno reattore a base di torio ricorda un reattore convenzionale, sebbene con notevoli differenze. Innanzitutto, il torio-232 e l’uranio-233 vengono aggiunti ai sali di fluoruro nel nocciolo del reattore. Quando si verifica la fissione, il calore e i neutroni vengono rilasciati dal nucleo e assorbiti dal sale circostante. Questo crea un isotopo uranio-233, poiché il torio-232 assume un neutrone aggiuntivo. Il sale si scioglie in uno stato fuso, che fa funzionare uno scambiatore di calore, riscaldando un gas inerte come l’elio, che spinge una turbina a generare elettricità. Il sale irradiato scorre in un impianto di post-elaborazione, che separa l’uranio dal sale. L’uranio viene quindi rimandato al nucleo per riavviare il processo di fissione.

Ci sarebbero anche vantaggi in termini di costi che entrerebbero in gioco se venissero commissionati reattori al torio, con LFTR che necessitavano di meno costi per funzionare rispetto ai reattori a combustibile solido (una volta operativi, i sali costerebbero all’incirca $ 150 / kg e il torio costerebbe circa $ 30 / kg) . Inoltre lo stesso Surampalli afferma:

Se il torio diventa popolare, questo costo non farà che diminuire poiché il torio è ampiamente disponibile ovunque nella crosta terrestre. Il torio si trova in una concentrazione oltre 500 volte maggiore dell’uranio fissile-235. Il torio, storicamente è stato messo da parte come sottoprodotto dell’estrazione di metalli in terre rare. Con l’estrazione, si poteva ottenere abbastanza torio per alimentare LFTR per migliaia di anni. Per un impianto da 1 GW, il costo del materiale per il carburante sarebbe di circa $ 5 milioni. Poiché gli LFTR usano il torio allo stato naturale, non sono richiesti costosi processi di arricchimento del combustibile o fabbricazione di barre di combustibile solido, il che significa che i costi del combustibile sono significativamente inferiori rispetto a un reattore a combustibile solido comparabile. In un reattore perfettamente funzionante, il ritrattamento post-chimico consentirebbe a un LFTR di consumare in modo efficiente quasi tutto il suo combustibile, lasciando pochi rifiuti o sottoprodotti a differenza di un reattore convenzionale.

Questi benefici non dovrebbero essere presi alla leggera. Se siamo seriamente intenzionati a fermare le emissioni di CO2 – cosa che dovremmo tutti sostenere – allora questa tecnologia dovrebbe avere la giusta possibilità di dimostrare se è in grado di fornire energia di base alle reti elettriche in tutto il mondo.

Perché il nucleare SMR è più sicuro del nucleare tradizionale

L’energia nucleare LFTR piccola e modulare affronta quasi tutti i problemi associati all’energia nucleare tradizionale. Ci sono meno rifiuti, funziona a pressione atmosferica e utilizza sale liquido anziché refrigeranti ad alta pressione. Ha anche un affidabile sistema di spegnimento passivo.

Gli LFTR generano una quantità significativamente inferiore di rifiuti radioattivi rispetto ai reattori di terza generazione e possono riutilizzare l’uranio separato, rendendo il reattore SMR quasi autosufficiente una volta avviato. A differenza dei tradizionali sistemi nucleari ad alta pressione, gli LFTR sono progettati per funzionare come sistemi a bassa pressione, che sono molto più stabili, e i sali di fluoro hanno punti di ebollizione molto alti, rendendoli resistenti a forti o improvvisi aumenti di pressione.

La combinazione di un sistema a bassa pressione e un alto punto di ebollizione limita notevolmente la possibilità di un’esplosione nell’edificio contenitore. Gli LFTR non richiedono un raffreddamento massiccio: possono essere posizionati ovunque e possono essere raffreddati ad aria, motivo per cui sono considerati piccoli reattori modulari. Questi particolari SMR sono intrinsecamente sicuri: se il nucleo dovesse surriscaldarsi, un sistema di spegnimento passivo abilitato per gravità manderebbe il sale riscaldato e irradiato in una camera di contenimento sotterranea e spegnerebbe il reattore. E se c’è una cosa su cui si può fare affidamento in questo universo, è la gravità.

Gli aspetti negativi

L’energia a base di torio non è priva di difetti. Le principali lamentele degli attivisti anti-nucleari e degli scienziati scettici nel merito sono che non sono testati, non sono praticabili e rappresentano semplicemente una distrazione per lo status quo dell’attuale industria nucleare. Queste affermazioni non sono prive di fondamento – il fatto che finora non sia stato testato, rende giustificabile la critica, e sta effettivamente distogliendo l’attenzione sulla situazione nucleare corrente, intenzionalmente o meno. E le affermazioni sulla sicurezza, sebbene solide in teoria, devono ancora essere testate in tutti gli scenari del mondo reale. A tal proposito Surampalli, un sostenitore o SMR di torio, scrive:

Gli LFTR presentano alcune sfide. Vi sono delle lacune significative nella ricerca e nei materiali necessari per gli LFTR. Le strutture chimiche di post-trattamento, che separerebbero l’uranio dai sali fusi per il riutilizzo, non sono ancora state costruite in modo fattibile. Ogni reattore, per essere avviato, richiederebbe dell’uranio altamente arricchito (come l’uranio-235) che è molto costoso.

Egli inoltre afferma che “qualsiasi residuo radioattivo non può essere utilizzato per creare armi “, ma questa è un’affermazione dibattuta. Alcuni scienziati sostengono che l’U-233 creato nei reattori al torio potrebbe essere usato per creare armi atomiche se estratto nel modo giusto. Altri affermano che ciò non è possibile. Ad ogni modo, sarebbe una buona idea proteggere gli LFTR da interferenze esterne, indipendentemente dalle loro capacità di proliferazione. Un articolo del di quasi un decennio fa delinea il motivo per cui il torio non è così “verde” come sembra, e alcuni dei punti in esso contenuti sono corretti.

E adesso?

Il potere del torio non è un “proiettile d’argento”. Non esiste una cura completa che può essere attuata e risolvere il problema climatico in un giorno. Pur se il potere della fusione nucleare dovesse diventare una realtà (il che potrebbe richiedere anche sessant’anni o più), avrebbe una sua serie di problemi da superare. Tuttavia, se vogliamo seriamente fermare le emissioni di carbonio con la tecnologia disponibile, dobbiamo considerare gli LFTR. Possiamo etichettare qualsiasi tecnologia non rinnovabile come blasfema continuando nel frattempo a emettere carbonio. Ma possiamo anche avanzare con tecnologie non testate e ad alta ricompensa che potrebbero essere una parte enorme della soluzione al più urgente problema globale che gli esseri umani abbiano mai creato.

Ci interessa di più attenerci alla nostra ideologia piuttosto che implementare le migliori opzioni disponibili per ridurre le emissioni di carbonio? Temo sia la prima. Spero di sbagliarmi.

 

Vuoi ridurre l’impronta di carbonio del tuo cibo? Concentrati su ciò che mangi, non se il tuo cibo è locale

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Per la rubrica “Antropocene” proponiamo la traduzione di un articolo da Our World in Data (una delle pubblicazioni scientifiche online più autorevoli e riconosciute di dati statistici e ricerche empiriche al mondo) che sfata il mito radicato e idea sbagliata che mangiare cibo coltivato o allevato in loco sia una risposta efficace alla riduzione dell’impronta di carbonio quando la discontinuità sta invece nel modificare la propria dieta a base animale passando progressivamente e prevalentemente ad una a base vegetale.

Le persone in tutto il mondo stanno in misura crescente preoccupandosi per i cambiamenti climatici: 8 persone su 10 vedono i cambiamenti climatici come una grave minaccia per il loro paese. 1

Come ho dimostrato in precedenza , la produzione alimentare è responsabile di un quarto delle emissioni mondiali di gas serra.

Esiste giustamente una crescente consapevolezza che le nostre scelte alimentari e dietetiche hanno un impatto significativo sulla nostra “impronta” di carbonio. Cosa puoi fare per ridurre davvero l’impronta di carbonio di colazione, pranzo e cena?

“Mangiare locale” è una raccomandazione che spesso ascolti, anche da fonti importanti, tra cui le Nazioni Unite. Sebbene possa avere un senso intuitivo – dopo tutto, il trasporto comporta emissioni – è uno dei consigli più fuorvianti.

Mangiare in loco avrebbe un impatto significativo solo se il trasporto fosse responsabile di gran parte dell’impronta di carbonio finale del cibo. Per la maggior parte degli alimenti, questo non è il caso.

Le emissioni di gas a effetto serra prodotte dai trasporti rappresentano una quantità molto ridotta di emissioni dagli alimenti e ciò che si mangia è molto più importante di come il cibo è stato trasportato.

Da dove vengono le emissioni del nostro cibo?

Nel grafico [vedi alla fine del paragrafo] vediamo le emissioni di gas serra da 29 diversi prodotti alimentari – dalla carne di manzo in alto alle noci in basso.

Per ogni prodotto puoi vedere da quale fase della catena di approvvigionamento provengono le sue emissioni. Ciò si estende dalle modifiche all’uso del suolo a sinistra, fino al trasporto e all’imballaggio a destra.

Questi sono i dati della più grande meta-analisi dei sistemi alimentari globali ad oggi, pubblicati su Science da Joseph Poore e Thomas Nemecek (2018). 2 In questo studio, gli autori hanno esaminato i dati di oltre 38.000 aziende agricole commerciali in 119 paesi.

In questo confronto esaminiamo le emissioni totali di gas serra per chilogrammo di prodotto alimentare. La CO 2 è il gas serra più rilevante, ma non l’unico: l’agricoltura è una grande fonte di gas serra, metano e protossido di azoto. Per comprendere tutte le emissioni di gas a effetto serra della produzione alimentare, pertanto, i ricercatori li hanno espressi nell’equivalente di chilogrammi di “diossido di carbonio”. Questa metrica tiene conto non solo della CO2 ma di tutti i gas serra. 3

Ecco qual è l’intuizione più importante di questo studio: ci sono enormi differenze nelle emissioni di gas serra di diversi alimenti. La produzione di un chilogrammo di carne bovina emette 60 chilogrammi di gas a effetto serra ( equivalenti di CO 2 ). Mentre i piselli emettono solo 1 chilogrammo per kg.

Nel complesso, gli alimenti di origine animale tendono ad avere un’impronta più elevata rispetto a quelli di origine vegetale. Agnello e formaggio emettono entrambi più di 20 kg di CO 2 equivalenti per chilogrammo. Il pollame e il maiale hanno impronte più basse ma sono ancora più alti rispetto alla maggior parte degli alimenti a base vegetale, rispettivamente a 6 e 7 kg di CO2 .

Per la maggior parte degli alimenti – e in particolare per i più grandi emettitori – la maggior parte delle emissioni di gas a effetto serra derivano dal cambiamento nell’uso del suolo (mostrato in verde) e dai processi in fase agricola (mostrato in marrone). Le emissioni del settore agricolo includono processi come l’applicazione di fertilizzanti – sia organici (“gestione del letame”) che sintetici; e fermentazione enterica (produzione di metano nello stomaco dei bovini). Le emissioni combinate, l’uso del suolo e delle fasi agricole rappresentano oltre l’80% dell’impronta per la maggior parte degli alimenti.

I trasporti contribuiscono in misura ridotta alle emissioni. Per la maggior parte dei prodotti alimentari, rappresentano meno del 10% ed è molto più piccolo per i maggiori produttori di gas serra. Nella carne di manzo proveniente da allevamenti di manzo, è dello 0,5%.

Non solo i trasporti, ma tutti i processi nella catena di approvvigionamento dopo che il cibo ha lasciato l’azienda agricola – lavorazione, trasporto, vendita al dettaglio e imballaggio – rappresentano principalmente una piccola percentuale di emissioni.

Questi dati mostrano che tale è la situazione quando guardiamo i singoli prodotti alimentari. Ma gli studi dimostrano che questo vale anche per le diete reali; qui mostriamo i risultati di uno studio che ha esaminato l’impronta delle diete in tutta l’UE. Il trasporto alimentare era responsabile solo del 6% delle emissioni, mentre i latticini, la carne e le uova rappresentavano l’83%. 4

 

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Mangiare cibo locale riduce leggermente le emissioni

Mangiare carne di manzo o agnello locale ha molte volte l’impronta di carbonio della maggior parte degli altri alimenti. Che siano coltivati ​​localmente o spediti dall’altra parte del mondo, conta molto poco per le emissioni totali.

I trasporti rappresentano in genere meno dell’1% delle emissioni di gas a effetto serra delle carni bovine: la scelta di mangiare in loco ha effetti minimi sull’impronta totale. Potresti pensare che questa cifra dipenda fortemente da dove vivi nel mondo e da quanto lontano viaggerà il tuo manzo, ma ecco un esempio per mostrare perché non c’è in realtà molto differenza:

Prendiamo l’esempio della carne proveniente da allevamento di bovini: l’impronta media è di circa 60 kg di CO 2 eq per chilogrammo di carne bovina. Confrontiamo l’impronta di trasporto dell’acquisto dal tuo agricoltore locale (che si rivela essere il tuo vicino), rispetto a qualcuno nel Regno Unito che acquista carne bovina dall’America centrale (a circa 9000 chilometri di distanza).

Il trasporto di cibo in barca emette 23 grammi di CO2 eq per tonnellata di prodotto per chilometro. Per il trasporto di 9000 chilometri dall’America Centrale al Regno Unito emette quindi 0,207 chilogrammi di CO 2 eq [9000km * 23g per tonnellata-chilometro / 1000/1000 = 0,207 kg di CO 2 eq per kg]. Ciò equivale allo 0,35% dell’impronta totale dei 60 chilogrammi di CO 2 eq per chilogrammo di carne bovina.

Se acquisti dal tuo agricoltore locale – supponiamo che vai direttamente lì con zero emissioni di trasporto – l’impronta di carne bovina è 59,8 chilogrammi di CO 2 eq per chilogrammo [calcoliamo questo come 60 kg – 0,2 kg]. Non fa quasi alcuna differenza.

Soprattutto per gli alimenti con una grande impronta, il trasporto in percentuale delle emissioni totali degli alimenti è abbastanza insensibile alla distanza percorsa.

Sia che compri dall’agricoltore della porta accanto o da molto lontano, non è quindi il luogo che rende grande l’impronta di carbonio della tua cena, ma il fatto che sia carne di manzo.

Esempio: quanto la distanza percorsa influisce sull’impronta della carne bovina?

In uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, Christopher Weber e Scott Matthews (2008) hanno studiato l’impatto relativo sul clima delle miglia alimentari e le scelte alimentari nelle famiglie degli Stati Uniti. 5 La loro analisi ha dimostrato che la sostituzione di meno di un giorno alla settimana di calorie da carne bovina e latticini con pollo, pesce, uova o alternative a base vegetale, ridurrebbe le emissioni di gas erra più che acquistare tutto il cibo da fonti locali.

Analizzando i dati sulla spesa dei consumatori, i ricercatori hanno stimato che le emissioni alimentari medie delle famiglie americane erano di circa 8 tonnellate di CO 2 eq all’anno. Il trasporto alimentare rappresentava solo il 5% di questo (0,4 tCO 2 eq). 6 Ciò significa che se dovessimo prendere il caso in cui assumiamo tutta la loro alimentazione locale, la riduzione massima dell’impronta sarebbe del 5%. Questo è un esempio estremo perché in realtà ci sarebbero ancora piccole emissioni di trasporto coinvolte nel trasporto di alimenti dai produttori della tua zona.

I ricercatori hanno anche stimato che se la famiglia media sostituisse le sue calorie di carne rossa e latticini con pollo, pesce o uova solo un giorno alla settimana, risparmierebbe 0,3 tCO 2 eq. Se le sostituisse con alternative a base vegetale, risparmierebbero 0,46 tCO 2 eq. In altre parole, consumare “carne rossa e senza latticini” (non totalmente senza carne) un giorno alla settimana otterrebbe lo stesso effetto che seguire una dieta “a zero km”.

Esistono anche numerosi casi in cui mangiare localmente potrebbe effettivamente aumentare le emissioni. Nella maggior parte dei paesi, molti alimenti possono essere coltivati ​​e raccolti solo in determinati periodi dell’anno. Ma i consumatori li vogliono tutto l’anno. Questo ci offre tre opzioni: importare merci dai paesi in cui sono stagionali; utilizzare metodi di produzione ad alta intensità energetica (come le serre) per produrli tutto l’anno; o utilizzare la refrigerazione e altri metodi di conservazione per conservarli per diversi mesi. Esistono molti esempi di studi che dimostrano che l’importazione ha spesso un impatto minore.

Hospido et al. (2009) stimano che l’importazione di lattuga spagnola nel Regno Unito durante i mesi invernali comporta emissioni da tre a otto volte inferiori rispetto alla produzione locale. 7 Lo stesso vale per altri alimenti: i pomodori prodotti nelle serre in Svezia hanno consumato 10 volte più energia delle importazioni di pomodori dall’Europa meridionale, dove erano in stagione. 8

Evita la piccola parte degli alimenti che vengono trasportati per via aerea

L’impatto del trasporto è scarso per la maggior parte dei prodotti, ma c’è un’eccezione: quelli che viaggiano in aereo.

Molti credono che il trasporto aereo di merci sia più comune di quanto non sia in realtà. Pochissimo cibo viene spedito per via aerea; rappresenta solo lo 0,16% delle miglia alimentari. 9 Ma per i pochi prodotti che vengono trasportati per via aerea, le emissioni possono essere molto elevate: emette 50 volte più CO 2 eq rispetto all’imbarcazione per tonnellata di chilometro. 10

Molti dei cibi che la gente suppone provengano dall’aria sono effettivamente trasportati in barca – gli avocado e le mandorle sono i primi esempi. Spedire un chilogrammo di avocado dal Messico al Regno Unito genererebbe 0,27 kg di CO 2 eq in termini di emissioni dei trasporti. 11 Questo è solo circa il 10% dell’impronta totale degli avocado. 12 Anche se spedito a grandi distanze, le sue emissioni sono molto inferiori rispetto ai prodotti animali di produzione locale.

Quali alimenti vengono trasportati per via aerea? Come facciamo a sapere quali prodotti evitare? Tendono ad essere alimenti altamente deperibili. Ciò significa che devono essere mangiati subito dopo essere stati raccolti. In questo caso, il trasporto in barca è troppo lento, lasciando il trasporto aereo come unica opzione possibile.

Alcuni ortofrutticoli tendono a rientrare in questa categoria. Gli asparagi, i fagiolini e le bacche sono comuni merci trasportate per via aerea.

Spesso è difficile per i consumatori identificare gli alimenti che hanno viaggiato in aereo perché raramente sono etichettati come tali. Questo li rende difficili da evitare. Una regola generale è quella di evitare alimenti che hanno una conservabilità molto breve e hanno viaggiato molto (molte etichette hanno il paese di “origine” che aiuta in questo). Ciò è particolarmente vero per gli alimenti in cui si pone una forte enfasi sulla “freschezza”: per questi prodotti, la velocità di trasporto è una priorità.

Quindi, se vuoi ridurre l’impronta di carbonio della tua dieta, evita gli alimenti trasportati per via aerea dove puoi. Ma oltre a questo, puoi avere una differenza più grande concentrandoti su ciò che mangi, piuttosto che “mangiare locale”. Mangiare meno carne e latticini o passare dalla carne di ruminanti al pollo, maiale o alternative a base vegetale ridurrà la tua impronta molto di più.

Note

  1. L’ indagine del Pew Research Center 2018 ha interrogato le persone in tutto il mondo sulle minacce globali: in molti paesi più di 8 persone su 10 hanno affermato che i cambiamenti climatici rappresentavano una grave minaccia per il loro paese. Anche nei paesi che hanno mostrato meno preoccupazione, una grande percentuale vede i cambiamenti climatici come una grave minaccia: il 59% negli Stati Uniti ha dichiarato che si trattava di una grave minaccia.
  2. Poore, J. e Nemecek, T. (2018). Ridurre gli impatti ambientali degli alimenti attraverso produttori e consumatori . Science , 360 (6392), 987-992
  3. Per indicare tutti i gas a effetto serra in equivalenti di anidride carbonica (CO 2 -eq), ciascuno è ponderato in base al valore del suo potenziale di riscaldamento globale (GWP). GWP misura l’impatto del riscaldamento relativo di una molecola o massa unitaria di un gas a effetto serra rispetto all’anidride carbonica in un dato intervallo di tempo, generalmente oltre 100 anni. Ad esempio, una tonnellata di metano avrebbe un impatto sul riscaldamento di 28 tonnellate di anidride carbonica per un periodo di 100 anni. I valori GWP100 sono usati per combinare i gas serra in una singola metrica di emissioni chiamate equivalenti di biossido di carbonio (CO 2 e). La CO 2 viene quindi derivata moltiplicando la massa di emissioni di uno specifico gas serra per il suo equivalente fattore GWP100. La somma di tutti i gas nella loro CO 
  4. Sandström, V., Valin, H., Krisztin, T., Havlík, P., Herrero, M., & Kastner, T. (2018). Il ruolo del commercio nelle impronte di gas a effetto serra delle diete dell’UE . Sicurezza alimentare globale , 19, 48-55.
  5. Weber, CL e Matthews, HS (2008). Miglia di cibo e relativi impatti climatici delle scelte alimentari negli Stati UnitiEnvironmental Science & Technology.
  6. Questa cifra è molto simile alle stime precedenti che abbiamo esaminato da Joseph Poore e Thomas Nemecek (2018) in cui i trasporti rappresentavano il 6% delle emissioni.
  7. Hospido, A., i Canals, LM, McLaren, S., Truninger, M., Edwards-Jones, G., & Clift, R. (2009). Il ruolo della stagionalità nel consumo di lattuga: un caso studio di aspetti ambientali e sociali . The International Journal of Life Cycle Assessment , 14 (5), 381-391.
  8. Carlsson-Kanyama, A., Ekström, MP, e Shanahan, H. (2003). Input di energia per alimenti e ciclo di vita: conseguenze della dieta e modi per aumentare l’efficienza . Ecological Economics , 44 (2-3), 293-307.
  9. Le “miglia alimentari” sono misurate in tonnellate-chilometro che rappresenta il trasporto di una tonnellata di merci mediante un determinato modo di trasporto (strada, ferrovia, aria, mare, vie navigabili interne, gasdotto ecc.) Per una distanza di un chilometro. Poore & Nemecek (2018) riportano che dei 9,4 miliardi di tonnellate-chilometro di trasporto alimentare globale , il trasporto aereo rappresentava solo 15 milioni. Questo funziona solo allo 0,16% del totale ; la maggior parte degli alimenti viene trasportata in barca.
  10. A temperatura controllata il trasporto via mare genera 23g di CO 2 eq per tonnellata chilometro, mentre il trasporto aereo a temperatura controllata genera 1130g di CO 2 eq per tonnellata chilometro.
  11. Otteniamo questo valore dell’impronta come: [9000km * 23g per tonnellata-chilometro / 1000/1000 = 0,27 kg di CO 2 eq per kg].
  12. L’impronta media degli avocado è di circa 2,5 kg di CO 2 eq per kg.