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Il “basic income” non è un dispendio, è un dividendo

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Articolo liberamente tradotto da Medium

In un certo senso, lo stato nazionale in cui vivi è una specie di gigantesca impresa collettiva speciale – e tu sei uno dei proprietari congiunti di questa impresa. Ma rendiamo questo accordo di proprietà un po’ più formale e facciamo di te, insieme a tutti gli altri cittadini residenti, un azionista ufficiale. Sarebbe una situazione simile a quella in cui possiedi azioni di una grande società, ma, in questo caso, tutti gli azionisti possiedono esattamente lo stesso numero di azioni ciascuno. E le azioni non possono essere acquistate o vendute.

E supponiamo che questa “società nazionale” paghi dividendi regolari – non una volta all’anno, ma una volta alla settimana. È sempre lo stesso importo ed è quasi sufficiente per pagare tutto il necessario, come cibo e alloggio.

Cosa hai ottenuto? Hai un sistema di reddito di base.

In sostanza, un reddito di base è il dividendo di un cittadino. Non è un dispendio. È ciò a cui dovresti avere diritto, come comproprietario della tua impresa nazionale.

E possiamo portare questa analogia ancora più avanti, perché c’è qualcos’altro – qualcosa di molto importante – che il reddito di base e il nostro sistema di partecipazione azionaria hanno in comune: sono entrambi modi di condividere i rischi, in modo che l’esposizione di ciascun individuo al rischio sia limitata a cosa esso può permettersi.

Siamo abituati al concetto di quote societarie. Siamo abituati al fatto che le nostre economie siano dominate da grandi società, ciascuna di proprietà di molte migliaia di singoli azionisti. Molti milioni di noi possiedono azioni, direttamente o tramite i nostri fondi pensione. Ma spesso non ci fermiamo a pensare a quale dovrebbe essere il punto fondamentale di questo sistema di proprietà azionaria.

Le azioni, in sostanza, sono un sistema di gestione del rischio. Inoltre, incoraggiano l’assunzione di rischi, consentendo alle persone di condividere i rischi tra un gran numero di colleghi investitori.

Gli azionisti sono ulteriormente protetti da un quadro giuridico che garantisce ad essi una responsabilità strettamente limitata per i debiti delle loro attività. Un’azienda può essere rischiosa. E se le cose vanno male, potrebbe subire una perdita e non essere più capace di pagare i suoi debiti. Ma ogni singolo azionista ha un’esposizione limitata a tali rischi.

Gli azionisti possono perdere in primo luogo ciò che hanno pagato per le loro azioni, ma non di più. Non li perseguiamo per ulteriori perdite subite dalle loro attività. Non li costringiamo a vendere le loro case e andare senza cibo per ripagare i creditori dell’azienda.

Garantiamo questa responsabilità limitata perché riconosciamo che l’assunzione di rischi è al centro di un’economia dinamica e innovativa.

E tutti possiamo trarre vantaggio dal fatto che gli imprenditori siano in grado di correre rischi. Il lancio di nuovi prodotti e servizi comporta rischi. L’innovazione comporta rischi. Cercare miglioramenti dell’efficienza comporta dei rischi. Investire in nuove tecnologie comporta rischi. E se gli imprenditori non ritengono che valga la pena correre questi rischi, tutta la nostra società rischierebbe il ristagno economico e il declino.

È vero che, consentendo una responsabilità limitata per gli azionisti, stiamo offrendo agli imprenditori un certo grado di protezione da tutti i rischi negativi che il mercato potrebbe altrimenti imporre ad essi, se le cose andassero male.

Eppure nessuno suggerisce che, poiché permettiamo che i rischi siano limitati e condivisi in questo modo, dobbiamo quindi diventare tutti “comunisti”. Le azioni e la responsabilità limitata non sono considerate strumenti del comunismo. Sono le caratteristiche chiave di tutte le economie moderne basate sul mercato.

Ma aspetta! Se agli azionisti sono concesse tali protezioni, che dire del resto di noi?

E i proprietari di piccole imprese che operano come commercianti individuali ? Che dire dei lavoratori che perdono il lavoro perché licenziati o perché si ammalano? Che dire delle persone che devono rinunciare al lavoro perché devono prendersi cura di un membro della famiglia? Dov’è la loro versione della condivisione del rischio? Dov’è la loro versione di responsabilità limitata?

Come consumatore corri anche dei rischi, soprattutto quando fai acquisti costosi. Potresti comprare una casa con un’ipoteca pesante, solo per scoprire che diminuisce drasticamente di valore durante una recessione – e ti ritrovi in ​​un patrimonio netto negativo, con un’ipoteca che supera di gran lunga il valore della tua casa. O forse compri un’auto usata, per scoprire poi che si guasta e ti lascia con un’enorme fattura di riparazione.

Indipendentemente dal fatto che tu sia un lavoratore autonomo, un lavoratore dipendente o anche solo un consumatore, c’è un rischio per quasi tutto ciò che fai sul mercato. E il reddito base, come la proprietà azionaria, è un sistema per limitare tale rischio.

Per varie ragioni, le cose possono andare male per te. Possono andare molto male. Ma con un sistema di reddito di base, il rischio è limitato, perché qualunque cosa perdiate, sarete sempre in grado di permettervi elementi essenziali, come cibo e alloggio.

Il reddito di base, lungi dall’essere anti-mercato, opera effettivamente secondo gli stessi principi della proprietà azionaria. È un sistema per limitare l’esposizione delle persone al rischio.

A differenza della proprietà azionaria, tuttavia, il reddito di base è un sistema che funziona per tutti. Funziona per i piccoli commercianti. Funziona per dipendenti e consumatori. Funziona per i genitori e per i badanti.

Il reddito di base consente alle persone di correre dei rischi, con la certezza che avranno sempre una seconda chance, nel caso in cui le cose vadano male. Significa che possono rischiare qualsiasi cosa, senza includere i soldi di cui hanno bisogno per l’essenziale.

Il reddito di base, pertanto, è un’estensione logica dell’economia degli azionisti. Permette alle persone di essere più dinamiche, innovative e intraprendenti nella loro carriera e nel modo in cui gestiscono la propria vita. Possono perseguire i loro sogni – facendo scelte di carriera audaci o avviando nuove imprese, o forse optando per stili di vita innovativi.

Alcune di queste scelte e innovazioni audaci avranno successo e alcune “falliranno”. Ma nel complesso, come società, ne traiamo guadagno.

Perché? Perché individui dinamici e intraprendenti creano un’economia dinamica e intraprendente e una società più innovativa, più lungimirante – e forse anche molto più felice!

Tassare i robot rallenta l’innovazione e il progresso

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Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi tempi è che sull’innovazione tecnologica e sul progresso umano anche grandi esperti e innovatori possono dire delle idiozie.

Carlo Ratti, ingegnere e architetto presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston, scrive una lettera ai tassisti descivendo, con un illuminante esempio, l’impatto nel passato dell’avanzamento tecnolgico che stravolse il settore dei trasporti:

Nel diciassettesimo secolo i battellieri del Tamigi diedero battaglia all’arrivo della concorrenza su terraferma dei primi taxi condotti da cavalli. Così come alcuni secoli dopo quegli stessi taxi a trazione animale vennero spazzati via dall’avvento delle automobili.

Nei prossimi anni l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro sarà ancora più ampio e profondo, come ho cercato di spiegare in questo mio articolo, ma soprattutto sarà inevitabile.

I veicoli driverless in sviluppo, ad esempio, travolgeranno le professioni legate ai trasporti tanto che si prevede che attorno al 2030 avremo con tutta probabilità auto a guida automatica che potranno venirci a prendere fin sotto casa [1].

E giustamente Carlo Ratti fa notare ai tassisti che non ha senso opporsi all’avanzamento tecnologico ma che bisogna assumere un atteggiamento dialettico e costruttivo per guidare e regolare tale rivoluzione tecnologica con intelligenza:

Oggi come ieri abbiamo due scelte: se decidiamo di stare in modo incondizionato dalla parte delle carrozze a cavalli siamo destinati a perdere, tutti. Se invece intercettiamo il carro delle nuove tecnologie — che poi è il carro della Storia — abbiamo ancora la possibilità di cavarcela. Possiamo immaginare di gestire la transizione, controllandola invece di esserne travolti.

I tassisti, come molte altre categorie, cercano di difendere la propria posizione di monopolio e rendita decennale per mero interesse corporativo, e purtroppo certa politica populista sciagurata gli presta il fianco per mere ragioni elettoralistiche.

Il protezionismo e la chiusura culturale ed economica, sia da parte di una categoria, sia da parte di un governo, sia da parte di certa politica, è però una reazione tutt’altro che intelligente ed efficace all’avanzamento tecnologico che sta cambiando il volto del mondo in cui viviamo.

Nella stessa lettera l’ingegnere Ratti, dopo aver sostenuto condivisibilmente la necessità di ripensare il nostro rapporto tra tecnologia e lavoro, riprende però la proposta di Bill Gates di tassare i robot e le intelligenze artificiali per “trasferire reddito a chi ha perso il posto di lavoro”.

Ecco, questa si tratta di una proposta idiota in contraddizione con le stesse ragioni di intercettare e gestire, e non rifiutare o bloccare, l’ondata tecnologica.

Quello di Bill Gates e di Carlo Ratti mi sembra un modo rozzo di rimandare la questione di fondo, ovvero l’inevitabile robotizzazione del lavoro, invece di affrontarla in modo diretto con una strategia lungimirante e responsabile.

Chi propone di tassare i robot, e quindi i “fattori produttivi che generano efficienza”, come fa correttamente notare un economista quale Carnevale Maffè [2], avrebbe come effetto il rallentamento dell’innovazione tecnologica nelle aziende e un impoverimento generale della società, ovverosia esattamente il contrario di quello che abbiamo bisogno.

Se questa proposta di tassazione fosse accolta dai governi, fa opportunatamente notare un altro economista [3], avremmo una situazione tutt’altro che auspicabile:

Il futuro è connesso, e se qualche sciagurato Paese volesse seguire questa sirena lo comprometterebbe, poiché di sicuro il costo totale delle macchine aumenterebbe. I piccoli imprenditori non potrebbero sopportarlo, perché non possono fare economia di scala, e il lavoro per le persone emigrerebbe verso altri Paesi più lungimiranti.

Mi sembra insomma autolesionistico e semplicistico tassare la robotica e l’efficienza, come propone rozzamente Bill Gates e coloro che gli danno ragione, perchè in tal modo si fa il gioco di chi vuole rallentare il progresso.

Allora, quale strategia possiamo pensare per tenere assieme tutele sociali e innovazione tecnologica?

Carnevale Maffè giustamente suggerisce di fare il contrario dunque detassare le macchine, in modo che la produttività e l’efficienza più alte abilitata dalle macchine, possa consentire di pagare il welfare e l’educazione.

In alternativa vanno invece tassati certi tipi di monopoli e rendite che ostacolano concorrenza e innovazione. Inoltre è fondamentale un’eliminazione dei “paradisi fiscali” (di cui magari usufruisce lo stesso Bill Gates) anche combattendo l’evasione fiscale con regole e organismi sovranazionali.

In questo modo consentiremmo un progresso tecnologico che crea nuovo benessere e avremmo abbastanza finanziamenti per introdurre e implementare un dividendo sociale, quale un reddito universale garantito, a fronte della progressiva obsolescenza, a causa della robotica e intelligenza artificale, di molte professioni umane.

Saremmo fautori, direttamente o indirettamente, di un attentato al progresso umano se davvero pensiamo di rispondere all’accelerazione tecnologica con un rallentamento dell’innovazione tassando e colpendo proprio ciò che nel lungo periodo sconfigge l’austerità ed erode la scarsità.

In conclusione una nota generale: sicuramente la tecnologia non migliora automaticamente le cose, ma dischiude nuove e inedite opportunità e possibilità di farlo. Sta poi all’etica, alla politica, e in generale all’intelligenza umana indirizzare il cambiamento per fini umanitari e trasformarlo appunto in prosperità e progresso a beneficio di tutti.

E tu cosa pensi della proposta di tassare i robot? Scrivilo nei commenti qui sotto 🙂 


  1. Fonte: http://www.lemacchinevolanti.it/approfondimenti/quando-arriveranno-davvero-le-auto-che-si-guidano-da-sole
  2. Fonte: http://www.corrierecomunicazioni.it/digital/45977_tassa-sui-robot-carnevale-maffe-mi-meraviglio-di-gates-idiozia-economica.htm
  3. Fonte: http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/02/20/caro-bill-gates-dici-sul-serio-tassare-i-robot/?uuid=96_VBEyILo